Da un importante documento, custodito nell’archivio notarile, del 2 giugno 1726 leggiamo: «Il Sac. Don Giacomo Di Stefano (il padre spirituale della Deputazione), Don Pietro Bausano, Giuseppe Palmeri, Onofrio Buttacavoli, Deputati del SS. Crocifisso coll’assenzo di Ignazio Alessi vendono a Mastro Antonino Catalano un Putro Baio quello che per grazia ricevuta ha dato Ignazio Alessi per onze 6,10, di cui onze 3 in barili di neve P.V. (prossimo venturo) 20 giugno e onze 2 in marzo 1727 e onze 1,10 alla raccolta 1727 e inoltre si obbliga fare li conzi necessari alla Bara del SS. Crocifisso con patto che li Deputati devono approntare li firramenti e dal denaro della Deputazione e dal denaro acquistato si abbia a fare una corona di spine d’argento e la somma non si può utilizzare per calce o altro modo». Purtroppo di questa corona di spine che probabilmente si realizzò non si ha più traccia; quella attuale è dell’800, mentre la Bara del SS. Crocifisso, di cui qui si fa menzione, è andata distrutta. L’attuale Bara si iniziò a costruirla il 27 Dicembre 1771 ad opera di Mastro Antonino Catalano da Lercara ; fu indorata e ultimata l’anno successivo da Mastro Agostino da Vicari. Si sa che è costata complessivamente 19 onze. L’attuale fercolo, risultava più grande del precedente e questo lo si evince dal fatto che i deputati per poter far uscire la nuova “Bara” dalla chiesa, hanno dovuto ampliare il portone d’ingresso.
Il '700 risulta il periodo di massimo splendore del culto tributato al SS. Crocifisso. Una conferma si ha nel Rivelo del 1748 dove alla fine viene presentato il prospetto dei beni posseduti dalle deputazioni e, diversamente da quanto accade oggi, la deputazione del SS. Crocifisso superava per proprietà, anche se di poco, quella di Maria SS. Della Luce. Oggi sappiamo che le cose non stanno più così e questa controtendenza la si comincia a registrare già all'inizio dell'800.
In origine la festa del SS. Crocifisso si celebrava l’ultima domenica di Maggio; nella seconda metà del ’700 si trasportò alla prima domenica di Giugno, mentre durante tutto l’800 e parte del ‘900 ricadeva la terza domenica di Settembre. Durante gli anni Venti del Novecento, per un breve periodo, si festeggiò il 15 Settembre e poi, fino agli inizi degli anni Ottanta, il 18 di Settembre. Oggi il giorno fissato per la festa è il 13 Agosto.

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Da un documento del 1719 si può evincere come si svolgevano i festeggiamenti : «Mastro Pietro Scauso di Mussomeli e Mastro Michelangelo Pirrera della terra di Vicari … s’obbligano per la prossima festa del SS. Crocifisso di dare tutti gli strumenti e tre poeti dalla vigilia a mezzogiorno per insino che si conduce il Signore con patto che devono lasciare per il palio una trombetta». Il palio che in quella occasione evidentemente si svolgeva, era la tipica corsa di cavalli che ancora oggi si svolge in alcuni paesi vicini. Il percorso che seguiva era l’attuale via Garibaldi che in quel periodo e fino all’800 prendeva il nome di “Strada della corsa”. Come già si può capire in questo documento e in altri, il giorno della vigilia la banda musicale, accompagnata dai muli bardati a festa chiamati “Rietina di lu Crucifissu”, girava per le vie del paese per raccogliere “li purmisiuoni” di frumento e di cera. Durante la processione alcuni poeti declamavano le cosiddette “parti di lu Crucifissu”, che erano dei veri e propri componimenti poetici in lingua dialettale. Queste sono state tramandate in maniera molto frammentaria e qualche anziano signore le ripete ancora sotto forma di preghiera personale. In questo giorno chiunque avesse contratto debiti era obbligato ad estinguerli definitivamente.
Il principe soleva pure contribuire alla festa già alla fine del ‘700, con la cospicua offerta di 2 onze. Inoltre, a partire dalla prima metà dell’800 veniva concesso (e non si sa ancora bene se dal comune o dal principe) un pezzo di terra che, proprio per questo, si chiamava “
Chiusa di lu Signiuri”. Ogni anno con il ricavato del raccolto della chiusa si pagavano le spese della festa. Inoltre, durante la vigilia, si svolgeva in questa chiusa un’imponente fiera, in cui si vendeva anche il bestiame donato per «grazia ricevuta» su cui si apponeva il caratteristico “merco del Crocifisso” a forma di croce. C’era poi l’usanza, fino al tempo dell’arciprete Serra, di regalare nel giorno del Crocifisso della carne ai preti: l’arciprete invitava a casa sua tutto il clero per mangiarla. Il Pitrè nel suo libro Feste patronali del 1900 ci dà, grazie alle informazioni fornitegli da Eugenio Fazio, una minuta descrizione della festa: «Siamo alla terza Domenica di Settembre, e già fin da ieri si è avuta una processione, composta di tutti i ceti, meno che di quelli così detti civili, i quali la fan da spettatori, rimpetto la chiesa principale, dove forse non vanno esenti da osservazioni tutt’altro che benevole dei devoti. Innanzi il crocifisso, piantato sul fercolo, vanno le verginelle, bambine rappresentanti sante diverse ed angeli, le quali, come in molte feste siciliane, spargono fiori sulle strade da percorrersi: e dietro, le donne vestite di mussola nuova, con ricchi scialli sulle spalle, recitando i versetti tradizionali: E deci milia voti / Laudamu lu crucifissu/ E laudamu di bon cori/ crucifissu pi miu amuri!...Sul simulacro, man mano che passa per le vie, si gettano dai balconi e dalle finestre, fiori, frumento ed altri cereali. Chi ebbe qualche grazia e potè fare qualche voto, si appressa a piedi scalzi alla bara ed offre quel che ha promesso. Son doni in oro, argento, cera, danaro. Non manca chi fa bruciare qualche migliaro di mortaretti per ringraziamento di benefici ottenuti».