Don
Francesco Corvino, quindi, avvalendosi anche del suo diritto di
patronato sulla chiesa di Roccapalumba fa del culto del Crocifisso
una sua prerogativa. Nello stesso tempo intraprende molte
iniziative volte a migliorare la situazione disastrosa del feudo
cercando di arrestare la spinta migratoria che fino ad allora aveva
interessato fortemente la popolazione di quella nuova terra. Però,
proprio a causa dei tanti soldi investiti e dei debiti contratti
per cercare di risollevare il feudo, fu costretto a venderlo nel
1686, come riporta il Garufi nel suo libro: Roccapalumba dal feudo
all’abolizione della feudalità.
Ma il culto e la devozione per il Crocifisso permangono. Il popolo
si rivolgeva sempre di più al SS. Crocifisso per chiedergli aiuto e
protezione, soprattutto a causa del continuo problema delle
valanghe di fango che minacciavano l’esistenza stessa del paese. Il
culto del Crocifisso viene favorito, dunque, oltre che dal
desiderio del principe devoto e fedele, anche dal bisogno di
protezione del popolo. Questo affidarsi del popolo al Crocifisso,
per essere protetti dagli smottamenti di terra, lo vediamo
manifesto nelle croci di ferro o di legno che vengono collocate in
varie zone periferiche del paese. Di queste croci oggi è rimasta
soltanto quella del Calvario che segna il punto preciso dove si
fermò miracolosamente una di queste frane; questa all’ inizio
dell’ottocento fu adattata per i riti della “Settimana Santa”, come
ci conferma il Ravà nel 1922 , riportando la testimonianza di un
anziano signore nel suo libro: Le terre comuni e gli usi civici di
Roccapalumba.

Il Restauro
Notizie più precise della presenza a
Roccapalumba di un Crocifisso sono subito posteriori al governo
Corvino e sono state trovate dopo un paziente lavoro di ricerca
nell’Archivio Arcivescovile e in quello di Stato, sezione Gancia di
Palermo. Inoltre sono stati consultati l’Archivio Notarile di
Termini Imerese e quello Parrocchiale di Roccapalumba. Questi
documenti testimoniano il legame d’amore e di riconoscenza dei
nostri avi verso Gesù Crocifisso. Così in particolare uno di
questi, ci informa che a commissionare i chiodi d’argento, nel
1706, fu una tale Paola Castelli che dona la somma di un’onza.
Sempre in quell’anno leggiamo in un altro documento:
«Gilormo Caruso,
lascia il ricavato di 900 viti tolte le spese da dare per il
terraggio al padrone … al SS. Crocifisso di questa Matrice Chiesa
(inoltre
dona) metà delle
rendite del palmento perche si pagassero li conzi
necessari». Non
sappiamo di preciso a cosa alludesse il testatore con la parola
“conzi”, però si può intuire che si facesse riferimento a restauri,
che potevano interessare sia la statua che la cappella. Nel 1709 il
chierico Blasi Sparacello lascia metà della sua proprietà
«per fare al SS.
Crocifisso tanto beneficio», come pure una tale Francesca Uzino di
Caccamo, nel 1723 commissiona dei giogali al SS. Crocifisso; forse si tratta del taddema
d’argento o della dispersa fascia di seta ricamata in oro, che
riscontriamo nell’inventario della Chiesa Madre del 1864. Il
reverendo don Vincenzo di Martino nel 1709 «lascia rotolo uno e mezzo di cera
alle Cinque Piaghe del SS. Crocifisso da consumarsi nelli venerdì
quando si recita la coronella». Quest’ultimo documento, ci dà informazioni
sui riti in uso all’epoca, riferendo anche delle
Cinque Piaghe del SS.
Crocifisso; in realtà
sulla statua ne sono raffigurate soltanto quattro, manca la ferita
del costato provocata dalla lancia del centurione per assicurarsi
che fosse morto. Si può allora ipotizzare che già in questo periodo
la statua avesse appeso al petto il «Core di argento del SS.
Crocifisso» che
troviamo sempre nell’inventario del 1864 e di cui non si hanno più
tracce. Il nostro Crocifisso viene dunque rappresentato ancora vivo
e glorioso sulla croce; in un certo senso, questo si può collegare
sia alla volontà dell’artista, come a quella del committente di
raffigurare non un Cristus
Patiens, ma un
Cristus
Triunfans, vittorioso
sul male. Inoltre lo sguardo esprime tenerezza ed è rivolto verso
il cielo: sembra voglia implorare per mezzo delle sue sofferenze il
perdono dei peccatori «Perche non
sanno quello che
fanno».
Questa iconografia risponde, se
così possiamo dire, molto bene alle esigenze del popolo travagliato
di Roccapalumba di fine Seicento: il fedele che contempla
l’immagine, per mezzo delle piaghe di Cristo, viene immerso nella
misericordia del Padre; i suoi dolori e i suoi drammi diventano il
mezzo per partecipare all’offerta di Cristo al Padre, per
partecipare poi alla sua gloria, al suo trionfo sulla morte e sul
male. Con San Paolo il fedele può dire «Siamo tribolati da ogni parte ma
non schiacciati, sconvolti ma non disperati … portando nel nostro
corpo la morte di Gesù, perche anche la vita si manifesti nella
nostra carne mortale … Il momentaneo, leggero
peso della nostra
tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di
gloria» ( II Cor. 4,
8-17 ).
Sin dalle origini la cura del culto, delle rendite, dei lasciti e della festa era gestita da una apposita commissione che si rinnovava periodicamente e che prendeva il nome di Deputazione del SS. Crocifisso. Questa svolgeva anche opera assistenziale, e come un Monte di Pietà, dava in accomodo frumento e denari. Ai forestieri forniva il servizio di rifocillare i loro cavalli; inoltre durante il periodo estivo comprava neve, che lavorava e rivendeva come gelato.