La
Storia
Esiste una deliberazione del Consiglio civico di Roccapalumba -
adottata l'antivigilia del Natale 1860 - di cui, forse per la
perdita del registro comunale di quell'anno, la Comunità di
Roccapalumba, se non si va errati, non ha più alcun ricordo.La
stessa venne adottata il 23 dicembre e con essa veniva disposto -
in ragione dello specialissimo ruolo svolto dal Generale Giuseppe
La Masa nel campo di Gibilrossa e poi alla liberazione di Palermo
contro le armi napoletane - di proclamare lo stesso "cittadino" del
Paese. La copia conforme all'originale, firmata dal Segretario
comunale del tempo, Bernardo Genco, e vidimata dallo stesso
Presidente Francesco Avellone, veniva da quest'ultimo spedita a La
Masa a Napoli l'indomani 24 dicembre 1860 .Non si sa se la relativa
accettazione sia stata, come è immaginabile, a suo tempo
formalizzata; Ma il fatto che l'illustre personaggio abbia inserito
la comunicazione dell' Avellone e la lettera del Consiglio civico
tra taluni documenti da lui stesso poi resi pubblici , mostra
quanto la cosa gli debba essere riuscita gradita. È da ritenersi,
pertanto, che la cittadinanza onoraria offerta dal Comune - nel cui
sito, come si vedrà, egli vantava forti amicizie e da cui aveva
tratto più di una delle numerose "squadre" che lo avevano seguito
al campo di Gibilrossa e poi a Palermo contro i Borboni - sia
stata, in sostanza, da lui accettata con gratitudine.
Ne segue - se si vuol trarre, già a questo punto, una prima
implicanza della segnalazione prospettata - che vi fu di certo, a
suo tempo, una significativa e non del tutto conosciuta
partecipazione di Roccapalumba al movimento risorgimentale e che
una parte della sua popolazione più o meno ampia lo si vedrà tra
poco, ebbe a scrivere una pagina di storia di quei giorni in gran
parte poi dimenticata in sede locale. Le cose che seguono hanno, in
breve; lo scopo di riportare in vita questa pagina del passato, che
costituisce un antecedente essenziale per la corretta comprensione
della successiva partecipazione del Paese ai moti garibaldini del
Sessanta. L'occasione appare propizia, inoltre, per iniziare ad
intravedere come anche la Comunità locale possieda qualche pagina
di storia non solo originale ma anche, quanto meno relativamente
alle vicende che seguono, assai più ricca di quanto si possa
comunemente immaginare.
La prima domanda da porsi, ciò detto, riguarda la miglior
comprensione del perché La Masa sia risultato così
significativamente caro alla comunità della Roccapalumba di
allora.Il che conduce a cercare di comprendere come (e perché) si
sia consolidato in quel tempo, se non anche prima, il rapporto tra
lo stesso e il nostro specifico Comune. Chi fii, dunque, questo La
Masa? Quali le sue azioni? E i suoi limiti? Non è facile rispondere
soprattutto se in breve, come pure è necessario fare in questa
sede.

Si dica allora che, nato a Trabia da famiglia agiata il 1 dicembre
1819, originario dunque di queste nostre zone, spirito avventuroso,
inquieto ed egocentrico, egli ebbe un ruolo ben marcato - che non
mancò a 1ui, poi, di porre forse in eccessiva evidenza in ogni
occasione possibile - sia nel moto del '48 che nell'impresa
garibaldina del '60. Un ruolo che lo avrebbe portato a divenire
nello stesso '48 componente della Camera dei Comuni (distretto di
Palermo) e poi, nel '60, del Parlamento Nazionale (distretto di
Termini Imerese).
Conobbe assai bene, per una prima conclusione, i nostri luoghi come
i suoi abitanti, come si vedrà meglio tra poco.Ai primi del gennaio
del Quarantotto, in particolare, dopo le fallite sommosse popolari
di Reggio e Messina dell'agosto e settembre precedenti, alla
vigilia della rivolta di Palermo dunque, si trovava in detta città,
inserendosi immediatamente - sorretto dalla cara amicizia di
Rosolino Pilo, tra gli altri - nel circuito della congiura
antiborbonicalocale. Ed è a detto particolare momento, dal punto di
vista della nostra specifica storia locale, che bisogna rifarsi,
iniziando proprio da quei giorni, come si vedrà appresso, la prima
relazione di La Masa e del movimento insurrezionale con
Roccapalumba.
Seguire in breve alcuni eventi di quei giorni memorabili, è il
punto di partenza di questa rievocazione. Il 10 gennaio 1848,
dunque, compariva in Palermo, ai Quattro Cantoni (Piazza Virgilio),
un assai noto e singolare annuncio di sfida al Governo, firmato da
un sedicente "Comitato Direttore". In esso si annunciava, da lì a
due giorni, lo scoppio di una rivoluzione popolare. "La popolazione
di Palermo" - si leggeva, tra l'altro, nel documento - "uscirà
armata all'alba del 12 gennaio... e si fermerà nelle parti
centrali, aspettando i capi che si faranno conoscere e li
dirigeranno" Il fatto è che questo "Comitato direttore" non
esisteva assolutamente. Il proclama era, in sostanza il parto della
fertile fantasia e delle speranze dei fratelli Bagnasco, che
sognavano la sollevazione popolare comunque realizzata in Palermo
in quello specifico giorno. Vi prestava in ogni caso fede lo stesso
Governo, come mostrava l'arresto di numerosi patrioti, ritenuti
ispiratori del documento, effettuato nella stessa giornata di
comparsa del manifesto.
Riferire i cento episodi con cui si sarebbe realizzato, da quel
momento, il moto popolare, porterebbe troppo lontano e non appare
comunque opportuno in questa sede. Per quel che qui più può
interessare, va ricordato allora che uno di questi atti
straordinari veniva fuori proprio dall'azione del La Masa, il quale
- resosi conto della inesistenza di detto Comitato - poneva in atto
uno stratagemma ai limiti del credibile. Egli, uscito alla
Fieravecchia, inalberava su una canna il tricolore, spacciandosi
per "il rappresentante del Comitato" e rincuorando così la nascente
rivolta.Scriveva immediatamente dopo, in un bar della piazza, un
proclama a nome del Comitato direttore, firmandosi in calce come
"il segretario" dello stesso. Così come, poco appresso, nello
scrivere ai Comuni vicini, si sarebbe firmato addirittura come "il
Presidente" del Comitato provvisorio della rivoluzione. Aveva in un
certo senso inizio così una tipologia di azione, che sarà facile
riscontrare spesso in La Masa, basata su quella miscela "di vero e
di falso", ricordata poi dai contemporanei come una sua
caratteristica criticabile e pur tanto efficace per rinsaldare la
rivoluzione
Volendo fornire un giudizio storico sull'uomo, certo è che non gli
giovava quel volersi sentire - e lasciare poi immagine di se centro
di ogni avvenimento del momento, che gli avrebbe attirato critiche
aspre e non sempre meritate. "Quel mettersi innanzi a tutti e in
tutto; quel sempre pretendere parole di aver eccitato, di aver
diritto, di aver dato, nei più pericolosi frangenti, nuova vita
alla rivoluzione, quel proferirsi costantemente protagonista... -
avrebbe scritto di lui, ad esempio, il ministro Calvi - gli fa un
gran torto; e noi, sinceri ammiratori... brameremmo (invece)... una
bella modestia". E anche nel rapporto con la comunità municipale di
Roccapalumba e con la famiglia locale degli Avellone - si aggiunge
da noi - la raccomandazione non sarebbe stata, come si vedrà tra
poco, talora fuori luogo.E si passi adesso al nodo centrale della
relazione con Roccapalumba: o, come è forse più corretto dire, del
rapporto che, per adesso con riferimento solo ai moti del '48, si
venne in sostanza a determinare tra l'apparato organizzativo
centrale della rivolta di Palermo, le comunità dintorno e, in
specie, con lo stesso nostro Comune.
A' riguardo, non si è lontani dal vero sostenendo che la prima
notizia ufficiale della rivoluzione dovette pervenire in Paese
immediatamente dopo il suo stesso inizio. E noto,in effetti,
l'invio di un proclama ai Terminesi, effettuato dallo stesso La
Masa - che si firmava, nel caso e con la solita tecnica già
intravista, "per conto del Comitato provvisorio" della rivoluzione
- in data 13 gennaio 1848". La propinquità e gli stretti rapporti,
da sempre esistenti tra Termini e il nostro Comune, lasciano
facilmente intuire in effetti, a parte ogni altra considerazione,
la rapidità con cui la notizia dovette giungere anche in
Roccapalumba.E c'è del resto, un secondo elemento a confermare la
cosa.L'Indomani veniva data alla stampa e portata a conoscenza
anche della Amministrazione civica locale la deliberazione con cui
si rendeva noto che un Comitato "Generale" aveva assorbito quello
"provvisori" della Fieravecchia fu pressocchè immediato in quei
giorni, in sostanza, il coinvolgimento di Roccapalumba (con
l'informativa era implicita, del resto, la richiesta di
partecipazione alla stessa) nel destino della rivolta popolare di
Palermo.Andando innanzi, dopo questa prima informativa, indicazioni
ufficiali pervennero ininterrottamente, da parte del Comitato, dai
primi giorni della rivoluzione sino alla inaugurazione di fine
marzo del Parlamento Generale di Sicilia.Le stesse ebbero a
riguardare, per dire solo delle maggiori; i progressi bellici (fuga
dei Borboni da Palermo, cattura del Palazzo Reale, dei forti della
stessa Palermo e di Termini Imerese, etc.), l'organizzazione
istituzionale (trasformazione del Comitato Generale in "Governo
provvisorio" per tutta l'isola, convocazione e prima riunione del
Parlamento, etc.) nonchè, più in particolare, i rapporti che si
andavano ad instaurare con la città e le varie comunità municipali
dell'isola. Come, per introdurre taluni temi sui quali si tornerà
tra poco, quelli relativi alla istituzione della Guardia Nazionale
(ovviamente creata anche in Roccapalumba) o sul trasferimento dei
militari del Governo
borbonico, disarmati e catturati localmente, nella Capitale.Nel
distretto di Termini Imerese, inoltre, risultava già ordinata la
istituzione di una Compagnia d'Arme, che vigilava anche su
Roccapalumba. Non risulta, invece, se qualcuno dei cittadini entrò
mai a far parte della c.d. "Legione Universitaria", costituita (ma
in tempo successivo) da La Farina nella Capitale, che ebbe a
fermarsi sia pur estemporaneamente nel Comune.Basta scorrere i
contenuti della Collezione Officiale degli Atti del "Comitato
generale" della rivoluzione, del resto, per rendersi esattamente e
compiutamente conto di tanti aspetti significativi della questione.
Uno degli episodi da cui emerge l'aderenza della cittadinanza anche
di questo nostro Paese al moto popolare di quei giorni nacque in
questo contesto, ad esempio, dagli importanti avvenimenti svoltisi
proprio a Termini in occasione della resa del forte sovrastante la
città.
Questa, in effetti, aveva preso parte alla rivolta, come del resto
era già accaduto nel 1820, non appena pervenute le prime notizie da
Palermo. Un tentativo di impadronirsi del forte venne posto subito
in atto, ma non ebbe esito favorevole (nella giornata del 27
gennaio, intanto, venivano inviate a Palermo 50 salme di farina per
sorreggere la rivolta; al secondo tentativo la cosa, invece, aveva
buon effetto. E, tra i firmatari dell'accordo di resa - a prima
dimostrazione della sua presenza dalle nostre parti - era La Masa
con altri numerosi cittadini locali, erettisi in Comitato
provvisorio del Comune. Un Organismo, questo, da quel momento
diffuso presso tutte le città e i comuni isolani aderenti alla
rivolta, che fu ben presto creato anche presso la nostra
Municipalità.
Tornando all'argomento principale, adesso, una cosa appare certa.
Se si esaminano i contigenti di uomini che si erano indirizzati
verso Termini nell'occasione della presa del forte - accanto ad una
forte presenza di cittadini di Bagheria e Corleone - erano anche
numerosi genti (500 lascia intendere lo stesso La Masa), venute "da
Caccamo e dai paesi circonvicini". Non si è lontani dal vero, al
riguardo, immaginando che tra questi fosse anche una certa presenza
di uomini di Roccapalumba. Nè va dimenticato, per inciso, che ampia
parte del territorio odierno del Paese ricadeva, a quel momento,
proprio nell'area di Caccamo.Roccapalumba, in particolare e come
intravisto, rientrava anch'essa peraltro tra gli oltre cento comuni
che avevano già inviato adesione all'azione del Comitato generale
di Palermo; come è dimostrato, in ogni caso, dai contenuti del
Giornale Officiale di quei giorni, che aveva regolarmente data
pubblicità alle adesioni medesime e che aveva smesso di pubblicarle
solo quando, divenute troppe numerose, sembrava superfluo
accennarvisi.
Quasi nello stesso tempo, intanto, era andata avanti in Palermo
l'azione del Comitato, tesa ad organizzare la difesa della
capitale. Con Provvedimento provvisorio del 28 gennaio (da
confermarsi dal Parlamento nazionale a venire) veniva istituito,
così, il già cennato corpo della Guardia Nazionale, con lo scopo
dichiarato "della conservazione dell'ordine pubblico e della
sicurezza delle persone e della proprietà" Il provvedimento
istitutivo - riguardante in un primo tempo solo detta città -
veniva subito dopo trasmesso "a tutte le Comuni, estendendosi in
tal modo la sua applicazione in tutta l'Isola. E ovviamente, anche
nel nostro specifico Paese, ove detta nuova istituzione risultava
approvata di certo nei giorni immediatamente successivi.Ci si fermi
adesso un momento e si cerchi di comprendere meglio, sulla base
delle indicazioni date, quale incidenza abbiano potuto determinare
concretamente per la Roccapalumba d'allora gli elementi informativi
sin qui intravisti.A parte l'ovvio trasferimento nella Capitale di
qualche elemento militare, che si trovava nel Paese e che quindi
veniva disarmato e imprigionato, si è fatto cenno sinora
all'esistenza delle "squadre" e della Guardia nazionale. Il che
induce a porre due primi quesiti. Il primo è, in breve, se possa
ritenersi che Roccapalumba abbia partecipato al moto del '48 con
qualche sua eventuale "squadra", paragonabile a quelle che, più
tardi, all'arrivo di Garibaldi, sarebbe stato dato di registrare
localmente sia Gibilrossa che Palermo (più oltre si vedrà, pure, se
e quando sia stato costituito nel Paese il Comitato
provvisorio).
A guardare l'episodio quanto meno dalla presa del forte termitano,
in ogni caso, la risposta - anche in assenza di idonea
documentazione esplicita al riguardo - sembra di segno positivo.
"Squadra" sta ad indicare, in effetti, null'altro che una "banda
armata" e sembra certa, al momento, la partecipazione dei locali ai
fatti di Termini. Più difficile èstabilire se la presenza termitana
sia stato solo un episodio estemporaneo o se uomini del paese si
siano poi recati a Palermo, confondendosi tra le squadre della
città.
Su questo aspetto della questione - al contrario di quanto sarà
dato verificare per gli analoghi eventi del Sessanta - non si
possiedono purtroppo riscontri formali. Se ciò avvenne, in ogni
caso, può ritenersi che si sia trattato solo di imprese di singoli,
attratti verosimilmente - come tanti altri - da quella
remunerazione giornaliera data loro nei primi giorni della
rivoluzione. Anche in detto caso, inoltre, la cosa ebbe a durare
assai poco. Quando la situazione venne ad evolversi favorevolmente
alle armi dei rivoltosi, infatti, Palermo non ebbe più bisogno di
tanto afflusso d'uomini. Fu lo stesso Comitato generale di Palermo
a stabilire pertanto, con propria circolare inviata ai Comuni, che
"non abbisognava più di uomini" e che chiunque, malgrado ciò, si
fisse presentato nella Capitale a tal fine, "sarebbe stato privato
del soldo. Salvo che non intendesse militare, invece, come soldato
nella truppa regolare.Detto delle "squadre", la seconda curiosità
da sciogliere è quella relativa alla creazione della Guardia
Nazionale.Questa, - istituita in Palermo, come detto, il 28 gennaio
- era ordinata presso tutte le Comunità isolane al 25 marzo
successivo. ne venivano a far parte, in particolare, tutti coloro
che fossero tra i 18 e i 50 anni (poi portati a 60).
Già nel provvedimento "provvisorio" del 28 gennaio veniva chiarito
che tale servizio era "essenzialmente gratuito". Nel "Manifesto"
del 2 febbraio, si aggiungeva poi che nessun impiegato avrebbe
avuto diritto "a percepire soldo o provento senza il certificato di
servizio" e che nessuno, comunque, avrebbe potuto "pretendere
impieghi... senza certificato". L’ applicazione anche nel nostro
Paese di tale servizio era, dunque, obbligatoria, centralizzata e
stringente, tranne che per particolari categorie di lavoratori
giornalieri o non abbienti.A quale logica rispondeva questa
Guardia? Anzitutto - e come è ovvio, in tempi di generale disordine
civile come quelli, in cui 15.000 uomini (tra evasi liberati
localmente dai Regi o introdotti nell'Isola dalle prigioni di
terraferma) andavano scorazzando per il Val di Palermo - alla
salvaguardia di uomini e proprietà; in secondo luogo - non
potendosi attribuire tale ruolo alle "squadre", che si macchiarono
talora di accessi e crimini, sino a determinare la loro stessa
soppressione con provvedimento del 18 maggio 1848, nè potendosi
ancora contare su un esercito siciliano vero e proprio, che era
allora sul sorgere - alla tutela dei forti (ad esempio, quelli di
Palermo o Termini Imerese) e alla difesa nazionale.In tale
contesto, non può sorprendere che l'esercito fosse subordinato alla
stessa Guardia Nazionale, pertanto, o che la possibilità di suo
stesso armamento - 9.000 fucili con baionetta si resero allora
disponibili -risultasse subordinata a quella della Guardia. In ogni
caso, per un dettaglio assai importante localmente, può essersi
certi, come cennato prima, della creazione in Roccapalumba della
Guardia nazionale sin dai primi giorni della relativa istituzione.
Costituisce una curiosità del tempo, in tale quadro di riferimento,
l'ordine impartito a persona della Guardia Nazionale in occasione
di una sfilata in Palermo, notato in famiglia del Paese da chi
scrive queste righe.
Sulla Guardia nazionale sembrerebbe potersi fermare qui, salvo
quanto sarebbe possibile aggiungere trattando del ruolo di
riorganizzazione affidato a La Masa, con riferimento quanto meno al
Val di Palermo. Senonchè, ci sono certi particolari sui quali
occorre adesso soffermarsi sia pure in breve.Si dica subito,
allora, che questo Corpo venne affidato dal Governo provvisorio al
comando del barone Riso. Personaggio, questo, proveniente da una
famosa famiglia di mercanti e banchieri, insignorito di novello
titolo nobiliare, uno dei cui ultimi discendenti sarebbe vissuto,
in anni recenti,proprio in Roccapalumba.
Il comando della Guardia nazionale, attribuito il 15 febbraio a
quel primo Riso - che ebbe a presentare allora e a far approvare
dal Comitato generale gli Statuti provvisori della stessa - non si
comprese bene allora se fosse da intendersi con riferimento alla
sola Capitale o a tutto quanto il territorio isolano. Inoltre, per
un Organismo che nasceva chiaramente con articolazioni diffuse
municipali, non si ebbe a parlare mai del ruolo dei Comuni. Il che
stava a significare che parte del Potere Legislativo finiva per
ricadere nelle mani dello Stato Maggiore di detto Corpo.
Comunque sia, l'azione del barone Riso aveva successo e veniva
accettata la applicazione a tutta quanta l'Isola della estensività
della autorità della Guardia. Il ruolo della stessa, in detto
contesto e in assenza di una gendarmeria o forza pubblica
alternativa equivalente, poteva così divenire primario. Rafforzato,
peraltro, da quel dispositivo statutario, per cui se ne rendeva
impossibile lo scioglimento, addirittura anche da parte dello
stesso Potere esecutivo.Tutto ciò dava alla Guardia e al suo
Comandante Generale, in conclusione, una rilevanza ed un potere
eccezionali. E la circostanza avrebbe avuto conseguenze assai
pesanti, poi, rivelandosi il barone Riso - al momento della ripresa
delle ostilità guerreggiante con i Borboni - elemento non estraneo
ai poteri dominanti della controrivoluzione, come ritennero
taluni.Chi furono, in questo contesto, i capi della Guardia in
Roccapalumba? La Guardia locale venne capitanata, allora, da quel
Francesco Avellone, figlio secondogenito del notaio Giuseppe, su
cui si tornerà a dire al momento di soffermarsi sui rapporti tra i
garibaldini e il Paese nel 1860. Un altro appartenente a questa
famiglia (esattamente, Salvatore, primo dei figli del notaio
Giuseppe) era, al contempo, capitano della Guardia in Palermo.Fino
a detto momento, come può notarsi, i rapporti tra centro
insurrezionale e Roccapalumba risultano, tuttavia e tutto sommato,
solo da una documentazione indiretta. Vuol farsi riferimento,
allora, a qualcosa di più immediatamente coinvolgente, che verrà
anche riferita da Ruggero Settimo in un suo documentato studio
sulla rivoluzione.
In proposito, si ha la fortuna di ricordare allora che il Settimo
reca nel proprio studio, in particolare, proprio il deliberato del
31 gennaio 1848 del Comune di Roccapalumba, più intuito nella sua
possibile esistenza che conosciuto, dal quale si evince la
costituzione del "Comitato provvisorio per la Direzione della cosa
pubblica": di fatto, uno dei Comitati della rivoluzione patrocinati
dal La Masa sin dai primi giorni del moto di Palermo. Si ha aggio
di comprendere, con l'occasione, che Presidente del Comitato venne
nominato allora Francesco Avellone e vice Presidente Francesco
Carimi. Segretario dello stesso fu, infine,Gaetano
Militello.Tornando più al generale, occorrerà attendere il 1 aprile
del Quarantanove perché sia dato assistenza ad un episodio della
relazione diretta del Paese con La Masa. In quel tempo, lo stesso
era in Termini, principale del distretto, quando gli pervenne
conoscenza di un dispaccio telegrafico, che avvertiva "che sette
vapori da guerra ed un legno a vela napoletani" erano stati
avvistati dalle parti di Cefalù e in avvicinamento alla città.Tutti
i Comuni della zona venivano immediatamente posti in allarme, al
fine di inviare in soccorso i contigenti della propria Guardia
Nazionale, oltre ad ogni eventuale volontario disponibile. Il luogo
della riunione veniva fissato nella contrada Cangemi, soprastante
la stessa Termini.
Dal Distretto le genti accorsero numerosi. Ma per Roccapalumba e
Vicari vennero a manifestarsi taluni casi particolari. Questi
Comuni -avrebbe lasciato scritto di poi lo stesso La Masa - "non
poterono anch'essi accorrere alla difesa.. "(31) E bene
evidenziare, pertanto, le circostanze che ne avevano attardato il
sostegno. Le stesse infatti si rivelano assai importanti, a ben
vedere, anche perché dalla loro conoscenza emerge una missiva, la
prima di un poderoso incartamento disponibile, con riferimento ai
successivi eventi del 1860, sui rapporti tra Roccapalumba, gli
Avellone e lo stesso La Masa.Nel dettaglio, a questi si rivolgeva
il Presidente del tempo del Comune, un Avellone per l'appunto,
scrivendo delle ragioni che avevano impedito tempestiva presenza in
Termini. E quali erano questi ragioni? Era accaduto che, al momento
che la Guardia Nazionale locale era pronta ad avviarsi per la
collina Cangemi, era giunto nel Paese l'Ispettore generale
d'artiglieria Salvadore Medina, il quale con una batteria da
campagna di 4 pezzi da 8 e due obici da "(si dirigeva alla volta di
Catania.Questo Medina, già tenente dell'armata dei re di Napoli,
aveva aderito alla causa siciliana, indirizza dosi in quel momento
particolare alla volta di Catania. Giunto a Roccapalumba (assai
probabilmente, anzi alle c.d. Case Vecchie del Paese), intesa la
nuova sul temuto sbarco in Termini dei Napoletani, aveva ritenuto
di avvalersi, come supporto, della guardia Nazionale locale.
Rappresentatigli dall'Avellone, Presidente della Comune, la
richiesta di La Masa per il sostegno alle sorti di termini, Medina,
bloccata la Guardia locale già in movimento dunque, inviava un
dispaccio, che perveniva a quest'ultimo in uno a quello della
Deputazione di Roccapalumba Cessato il pericolo d’ invasione da
parte dei legni nemici, non si rendeva tuttavia più attuale la
richiesta di aiuto e, di conseguenza, l'intera vicenda si chiudeva
con una lettera di cortesia diretta a Medina, indirizzata nel
momentaneo recapito di Roccapalumba . Per un dettaglio minore, quei
cannoni non sarebbero mai pervenuti alla loro destinazione finale
di Catania, caduta ormai in mani nemiche. Va infine ricordato, per
un ulteriore dettaglio, questa volta di maggior significatività per
il nostro Paese, che il 2 aprile La Masa indirizzava un resoconto
dei fatti al Ministro della Guerra e Marina, Mariano Stabile,
ponendo in risalto il ruolo dei Comuni della zona, tra i quali
Caccamo, Sciara, Montemaggiore, Vicari e, ovviamente, la stessa
Roccapalumba .
Si ritiene di poter trarre, a questo punto, taluni ulteriori
conclusioni sulle brevi cose riferite sinora. Infatti, queste
testimoniano, anzitutto - nè poteva essere diversamente - che c'è
tutta una pur piccola sequenza di episodi dell'epoca risorgimentale
che ha riguardato con certezza il sito di Roccapalumba. Basterebbe
continuare a raccogliere i tanti ricordi similari, sia pure minori,
per stabilire taluni primi tasselli di una storia locale che, in
materia, è di sicuro e come cennato assai più ampia del creduto.In
secondo luogo, può ritenersi con ciò stabilito un primo e duraturo
rapporto tra il Comune e il generale Giuseppe La Masa; che, nato
sin dai primi giorni della rivoluzione di Palermo del 1848, dovette
di certo svilupparsi fino al duro momento della ricaduta dell'Isola
sotto il dominio borbonico e la scelta della via dell'esilio per lo
stesso La Masa.In terzo luogo, risulta anche chiarito che la
relazione tra il La Masa e Roccapalumba veniva a consolidarsi anche
tramite i legami che lo stesso Generale intratteneva, tra l'altro,
con la famiglia locale degli Avellone. Una intesa, questa ultima,
che taluni pressoché del tutto sconosciuti eventi, sopravvenuti
prima della stessa impresa garibaldina del '60, avrebbe resi in
buona sostanza indissolubili. Come avrebbero poi confermato gli
accadimenti dell'epopea del 1860 in Sicilia.